reginazabo

11 Ago, 2007

come si diventa un(')intellettuale

, — Inviato da reginazabo @ 16:00

Ho messo le mani sul primo dei Bianciardini, inediti di Bianciardi pubblicati nella collana "almeno un cent", un'iniziativa di Marcello Baraghini e di riaprireilfuoco.org che verrà presentata l'8 settembre a Elmo di Sorano (GR) durante il 5° Festival della letteratura resistente.

Il testo è liberamente scaricabile, e i libretti, di 16 pagine, non saranno distribuiti nelle librerie. L'invito è a ordinarli e diffonderli il più possibile, e io non vedo l'ora di mettere le mani sugli altri tre numeri.

Mi resta il dubbio di come sia stato possibile risolvere il problema dei diritti che qualche tempo fa ha costretto stampa alternativa a mandare al macero Bianciardi com'era, ma a parte questo, che la voce di Bianciardi circoli liberamente, su rete e su carta uso mano, mi riapre il cuore e mi fa pensare che davvero l'editoria italiana possa, a volte, non essere asfittica e patinata.

E però una critica da fare ce l'ho, perché se sono una fan dei Millelire e di tutte le idee che garantiscono la circolazione della cultura critica, Come si diventa un intellettuale non mi ha fatto impazzire: sarà che quando hai letto i capolavori, le opere minori ti deludono sempre un po'. A ogni modo, la divisione in classi degli aspiranti intellettuali proposta da Bianciardi in questo articolo non mi convince, e non mi pare che contribuisca all'effetto ironico, che in generale un po' manca. Se ci fossero indicazioni bibliografiche di qualche tipo (Quando è stato scritto l'articolo? È uscito su qualche rivista o è proprio inedito? Doveva essere continuato o era considerato finito? eccetera eccetera), potrei contestualizzare il testo, dargli un valore filologico, di conoscenza dell'autore, ma no: nulla si sa, tranne che è un testo inedito. E questo è il problema, spesso, dei libri fatti in economia: che cioè il basso prezzo si ottenga non solo con la carta economica e la legatura autocopertinata, ma anche con una cura redazionale un po' approssimativa.

Del resto mi sta bene che un'opera minore possa deludermi, considerati l'entusiasmo e l'emozione che ho provato a leggere le opere maggiori di Bianciardi. Molto meglio così che trovarti di fronte a un'opera citata in tutte le salse, di due autori giustamente venerati per la loro opera editoriale, e scoprire che io, quando lavoro, cioè in gran parte della mia giornata, dovrei scomparire. Questo dicevano Fruttero & Lucentini in un loro scritto del 1989 pubblicato ne I ferri del mestiere, e se i loro esercizi di traduzione sono gradevoli da leggere e contengono vari spunti interessanti, la loro è comunque una visione da redattori più che da traduttori, una visione per cui il traduttore è "un asceta, un eroe essenzialmente disinteressato, pronto a dare tutto se stesso in cambio di un tozzo di pane e a scomparire nel crepuscolo, anonimo e sublime, quando l'epica impresa è finita. Il traduttore è l'ultimo, vero cavaliere errante della letteratura". Disinteressati sarete voi! È così che "fanno cultura" (nel senso della cultura ufficiale, va da sé) soltanto quelli che si possono permettere, con i furti in banca o molto più probabilmente con la borsetta di mammà, di dare tutti se stessi in cambio di un tozzo di pane e scomparire nel crepuscolo. Mi richiamo di nuovo, a rischio di abusarne, a Bianciardi (a La vita agra) perché le sue parole, del 1961-62! sono migliori di qualunque improperio contro l'esaltazione dell'invisibilità del traduttore:

Il caldo te lo paghi da te. Ti paghi il caldo, l'usura della macchina e del nastro, tutto quanto. È un lavoro che può rendere, ma nessuno te lo invidia né cerca di togliertelo, perché è parecchio faticoso e non piace. Non rientra nel gioco dei rapporti di forza aziendali, non dà né potere né prestigio, non è a livello esecutivo, e perciò te lo lasciano, e ti lasciano in pace. Al massimo ti potranno sollecitare, ti potranno telefonare. Il lunedì per esempio è giornata di assillo, di tafanamento, e per metà ti va persa al telefono, perché quelli ritornano riposati da due giorni di festa, e si danno da fare, debbono dare la sensazione di star lavorando seriamente, e così per prima cosa, alle nove, telefonano sollecitando.
"Allora, a che punto siamo? Mi raccomando, al massimo entro il trenta, non oltre".
Dopo tutto è questo il loro compito, telefonare, tafanare i collaboratori. E non si può mandarli al diavolo, o farsi negare, o non rispondere al trillo. Uno dei miei punti di forza -- lo ripetevo sempre ad Anna -- doveva essere la puntualità nelle consegne. Altro punto, non rifiutare mai nessun lavoro. Il lavoro e la salute sono sempre i benvenuti, e chi li disprezza e li guasta è un mentecatto. Terzo punto, non andare mai a letto prima di aver finito un certo numero di cartelle a macchina. Venti cartelle ogni giorno, compresa la domenica. Venti cartelle di duemila battute. Tutti i giorni, perché poi bisogna calcolarci anche il tempo per rileggere, tre o quattro giorni al mese in tutto, e un giorno che va perduto per fare il giro delle consegne, alla fine del mese.
Sono perciò venticinque giorni a cartelle piene, cinquecento cartelle mensili complessive, che a quattrocento lire l'una danno duecentomila lire mensili. Sessanta vanno a Mara, trenta al padrone di casa, dieci fra luce gas e telefono (e d'inverno anche di più, perché bisogna tenere acceso quasi tutto il giorno, mentre d'estate si consuma meno luce, ma bisogna lavarsi più spesso, e allora quello che hai risparmiato di lampadine ti va per lo scaldabagno), venti di rate fra mobili vestiti e libri (si potrebbe anche non leggere, ma i vocabolari li devi comprare), quindici fra sigarette, caffè, giornali e qualche cinema, cinque fra pane e latte, e ti restano sessantamila mensili per il companatico e gli imprevisti.
Se tutto va bene. Perché ci sono certi che il lavoro lo pagano metà subito e metà alla pubblicazione, che può essere anche due, tre anni dopo la consegna, e così una parte di capitale rimane ferma, e nel frattempo il costo della vita è aumentato, la moneta si è svilita. [...]
Insomma sono duecentomila lire teoriche, su cui gravano parecchi incerti.

Era il 1961. Quasi trent'anni dopo Fruttero & Lucentini esaltavano la condizione del traduttore come quella di un "cavaliere errante della letteratura". Possibile che ancora oggi ci sia chi si fa un vanto di questo appellativo, di questa equiparazione dell'intellettuale all'aristocratico decadente?

Il mio lavoro è e rimane un lavoro da artigiano, un lavoro minuto, oscuro e ascientifico, sempre approssimativo. Non è un mestiere avventuroso; le sue gioie e i suoi dolori dall’esterno si vedono assai poco. Il meglio che ti senti dire, quando hai finito, è: «Non sembra nemmeno tradotto». E cioè tu sei tanto più bravo quanto più riesci a sparire, a non far credere che ci hai messo le mani.
(Luciano Bianciardi, Il mestiere del traduttore)


Commenti

  1. Stessa citazione da "La vita agra" che ho fatto il giorno del mio compleanno, tanto per ricordare in che condizioni sono/siamo. Bello vedere con quanta passione si riesce a ricordarlo tra i lettori, il Bianciardi, a dispetto di qualsiasi politica editoriale.

    Inviato da Giù_ — 11 Ago 2007, 20:24

  2. Bianciardi è sempre una bella scoperta. Io lo conobbi dalla biografia di Cacucci (se non erro) e la prima impressione che ebbi è che non si trattava di un personaggi facilmente inquadrabile, di sicuro non un "intellettuale" nelle defizioni del suo tempo. A volte l'editoria italiana riserva belle sorprese.

    Inviato da Sammy — 12 Ago 2007, 18:44