18 — tradurre o non tradurre


Di solito l'idea di essere considerata un'autrice invisibile mi infastidisce molto, io penso che prendere posizione sia necessario, quando traduco tento di fare molta attenzione alle scelte che faccio e mi piacerebbe che le decisioni che prendo, spesso anche politiche, venissero notate, non fossero anonime. Le mie scelte le motivo nella mia mente, qui spero di cominciare a cavarle fuori dai miei neuroni e a mettere le carte in tavola.

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Di solito di fronte a una traduzione trovo pedante impuntarsi sulle minuzie, sull'unico errore in un testo peraltro ben scritto. E poi ognun* fa attenzione a quel che può come meglio può in questi tempi di cottimizzazione di ogni mestiere, figurarsi di quello già cottimizzato del tradurre.

Quando vado al cinema, poi, tento di farmi cullare dalla storia, di staccare dall'ossessione della singola parola. A volte mi chiedo chi sia il genio che ha tradotto uno a caso, Tarantino, e spesso mi dispiace di non vedere tra i titoli di coda il nome di chi ha tradotto la sceneggiatura in italiano. A dire il vero non so neanche se lo scrivano o no. Ma molto più spesso mi tuffo semplicemente nella trama e mi faccio cullare dalle onde del film.

Però certe volte ti tirano per i capelli, e ti viene da pensare che certe traduzioni siano state affidate a un traduttore automatico. Oggi era così: me la stavo godendo, in una grande sala di cinema con solo una quindicina di spettatori dentro, nel mio posto tra le prime file, con lo schermo grande e ipnotico, a guardare Breakfast on Pluto di Neil Jordan. Quand'ecco si arriva al capitolo 18. Titolo in sovrimpressione: 18 — quando ho lasciato quel desolato e piccolo Amleto… 

Dopo per cinque minuti il film non c'è stato più. I miei neuroni si sono incazzati con il traduttore, poi con il redattore, poi con chi paga poco entrambi; me la sono risa con quello che ha fatto uno scherzo, mi sono perfino immaginata che il traduttore avesse litigato con il committente e gli avesse fatto un brutto tiro. Poi mi sono ricordata: la fretta. E però c'è chi per la fretta non si chiede neanche che c'entri Amleto con una trans che parte da un paesino (hamlet, appunto) della provincia nordirlandese alla volta di una Londra grande e glam, e c'è chi tenta di resistere e magari propone qualcosa di diverso agli editori.

Ma alla fine delle traduzioni cinematografiche chi se ne occupa?

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