Hackers do it better!

  • June 16, 2011 11:10 pm

Anche quest’anno fervono i preparativi per l’Hackmeeting, l’incontro delle comunità digitali che dal 24 al 26 giugno popoleranno per tre giorni i grandi spazi e i rigogliosi giardini postindustriali del nEXt Emerson di Firenze con seminari, workshop, cavi, ciabatte, computer e marchingegni vari, per condividere conoscenze, saperi ed esperienze.

Non si comunicherà solo in linguaggio macchina, ma in molte lingue diverse, per parlare di informatica e comunicazione, ma anche di come affrontare la realtà con spirito hacker, cercando di identificare le sue regole per sovvertirle giocando e sperimentando. Quest’anno A/I ha compiuto 10 anni, il che significa che potrà festeggiare il suo decennale all’ultimo Hackit prima del 2012, assieme a molte altre realtà sue coetanee. E allora i discorsi degli hacker spazieranno tra la storia e questo apocalittico presente, ma senza mai smettere di mettersi in gioco, con sé stessi e con gli altri, come in questo video promozionale fantastico girato da Slavina, che prima o poi vorrei tanto conoscere.

O come sabato sera, quando presenteremo il nuovo numero di Ruggine esibendoci in un reading accompagnato da vari amici musicisti.

Coproduci Ruggine 3!

  • May 13, 2011 8:27 pm

Ruggine n. 3 è in stampa. A dire il vero, una prima tiratura minima è già uscita, per un’anteprima questo weekend a Firenze in occasione di Do It Your Trash 3.0, il festival sull’uso e il riuso dei rifiuti che si tiene da tre anni al nEXt Emerson e che è un’esperienza carica di contenuti e di emozioni, tanto che quest’anno rosico per non poterci andare.

Le copie inizieranno a girare per il mondo tra coproduttori e punti di distribuzione, ma intanto tutti possono prenotare una o più copie (e sono invitati caldamente a farlo per contribuire a finanziare il progetto) su Produzioni dal Basso o tramite un abbonamento.

Un altro sistema per sostenere il progetto Collane di Ruggine è Flattr, un servizio di micropagamento che permette di versare somme minime ai progetti che più ci piacciono. Per farlo, bisogna creare un account su Flattr.com e seguire le istruzioni, dopodiché, quando l’account è attivo basta visitare questa pagina e cliccare sul pulsante flattr. A proposito di Flattr, anche per questo blog ho creato un pulsante: consideratelo un esperimento, un gioco per vedere l’effetto che fa (oltre che, naturalmente, uno strumento che permette a me di finanziare altri progetti).

Per sapere di più su Ruggine e su come sostenere il progetto, visitate il blog di Collane di Ruggine.

Cronache della primavera: orto pigrissimo

  • March 25, 2011 3:51 pm

In realtà in questi giorni mi sento molto urbana, e starei molto più volentieri svaccata a bermi una birra al Forte Prenestino che in questa terra di nebbia, zanzare e militari, però il sole chiama e mi godo l’orto, fra crochi, primule e violette che spuntano dai vasi pieni di compost.

Questo è l’ultimo anno che coltivo questo pezzetto di terra: l’inverno prossimo si cambia casa e iniziano nuovi progetti, quindi un po’ per avere il tempo di seguire i piani futuri, un po’ per non lasciare un terreno pieno di paglia a chi verrà dopo di me (ed è molto probabile che lo voglia trasformare in un giardino di rappresentanza con un innaturale prato ordinato e ben rasato), ho deciso di usare una tecnica un po’ più artificiale del solito per pacciamare il mio orto. Si tratta del telo in Mater-Bi, un materiale plastico compostabile di origine vegetale dotato di microfori per far traspirare il terreno e permettere il passaggio dell’acqua piovana. In questo modo si controllano bene le erbacce e si riduce la necessità di irrigare il terreno, ma naturalmente, come dice ortodicarta, non ha lo stesso effetto di una pacciamatura vegetale e vivente (e poi è anche un po’ caro).

Però, appunto, è comodo, e dopo aver ripulito per bene il terreno dalle piante infestanti oggi l’ho steso sulle aiuole del mio orticello e ho trapiantato le zucchine, continuando invece a mettere l’insalata nei vasi per proteggerla dalle lumache.

Anna. Una storia di comune precarietà

  • March 18, 2011 11:15 pm

In questi tempi bui di angosce atomiche e missioni umanitarie, di molto rischio e troppa precarietà per mantenere veramente la calma, mi consolo scrivendo, fermando i pensieri impazziti sulla carta. Ecco quindi una storia che ho buttato giù dopo aver letto un altro racconto che mi ha riportato indietro a vecchie situazioni. Così da stasera ho qualche sassolino in meno nella scarpa. L’immagine del post l’ho scaricata da qui (c’è sia in spagnolo che in inglese: clicca su “Descargas” per trovarla).


 

Anna. una storia di comune precarietà

«Ah, vuoi aspettare, eh? Vediamo se è vero». Ghigno beffardo, le dita scivolano, il vestito troppo sottile.
Anna guarda il recinto del campetto di calcio deserto, il cielo troppo azzurro, passivo, impassibile. Dietro di lei la porta del ristorante è lontana, nascosta dietro un muro di cemento scrostato. Solo un uccello cammina sul filo della luce sopra la sua testa. Anna lo segue con lo sguardo, ma non ha la forza di scappare. E nemmeno di resistere. Alla fine se l’è voluta. Non c’è bisogno che glielo dicano gli altri. Se lo dice da sola.

Al Tufello, si è fatta portare, praticamente in campagna. Campi incolti, palazzi troppo lontani, Anna neanche lo sa, dove sta il Tufello. Quando è arrivata a Roma pensava di aver preso in mano il suo destino, le pareva di stare in un film. A New York con le torri gemelle, a Cinecittà con Alberto Sordi, al tavolo di un’osteria, assieme a Pasolini e a Laura Betti. Il centro del centro. La sua vita a quel punto doveva cambiare, per forza.
Quando era piccola i toni del nonno che parlavano dei parenti lontani glielo avevano fatto capire subito: se vai a vivere a Roma hai svoltato. Certo, anche quelli che stavano a Padova erano da invidiare. A Milano e a Torino no: lassù ci andavano solo i poveracci, a sgobbare nella nebbia con la schiena curva e gli insulti dei settentrionali, ma comunque bastava andarsene via dal paese e dal Sud per sistemarsi. Una certezza. Quando Anna era bambina.
In ogni caso, la certezza più grande era Roma: se arrivavi nella capitale voleva dire che eri qualcuno, per sempre. E allora potevi anche aiutare la famiglia, che ti mandava le mozzarelle e il vino buono una volta al mese dalla campagna.

Così alla fine a Roma Anna ci è andata, e si è sentita tutt’altro che svoltare. È da un anno che ci vive, e conosce solo la Linea B. Ci ha viaggiato solo in un senso: Rebibbia-Piramide, Piramide-Rebibbia. Poi il trenino per Ostia e nient’altro.
I primi giorni prendeva gli autobus apposta, per vedere il panorama, e ogni tanto si faceva pure due fermate a piedi, per guardare da vicino il Colosseo, i Fori Imperiali, piazza Venezia, correndo al lavoro.
Ma durava poco: il giorno dopo ricominciava il trantran, Anna scendeva le scale della metropolitana di corsa e si rituffava nel suo incubo quotidiano. Circondata da una calca di persone, si sentiva come nel deserto. Sfiorava giacche, braccia, zaini, borse della spesa, inciampava in cani e bambini, veniva trascinata dalla folla, controllava che nessuno le mettesse le mani addosso o in tasca, corpi su corpi su corpi. Ma le sembrava che nessuno potesse toccarla. Gettarla a terra sì, calpestarla, ma le mani, gli occhi, non esistevano, rifuggivano il contatto.

Cronache dell’inverno: budino di tofu e mela

  • March 3, 2011 4:04 pm

Sono stata latitante per un pezzo, ma non con le mani in mano. Il fatto è che molte delle cose che sto facendo non le posso ancora annunciare perché richiedono tempo e non sono finite, e anche molti dei miei lambiccamenti mentali non sono ancora arrivati a conclusioni stabili.

Uno di questi lambiccamenti ha a che fare con l’alimentazione vegan: assodato che lo sfruttamento industrializzato degli animali mi fa orrore e che la morte in sé invece non mi inorridisce affatto, mi rendo conto che non mangiare carne e continuare a consumare derivati animali è un tantino incoerente. Per questo, quantomeno, negli ultimi mesi ho ridotto sostanzialmente l’uso di uova, latte e latticini nella mia cucina e ho deciso di cimentarmi con diverse ricette vegan per vedere intanto che cosa riuscivo a fare.

I risultati sono stati migliori di quanto mi aspettassi, e anche per i dolci ho avuto modo di stupirmi. E avendo un bel po’ di mele bio da smaltire, ho continuato a sperimentare fino a trovare la ricetta del budino di tofu e mela: deliziosa, eccola qui.

Ingredienti: 700 g di mele – 3 cucchiai di zucchero di canna grezzo – un limone bio – 400 g tofu – facoltativo: amarene sciroppate per guarnire

Si sbucciano le mele, si affettano e si cuociono a fuoco basso con un filo d’acqua finché non sono asciutte e molto morbide. Si unisce lo zucchero e si mescola bene, quindi si lascia intiepidire. Si grattugia la scorza del limone e si frulla con il succo del limone e con il tofu sbriciolato, poi si unisce il puré di mele e si mescola con cura.

Si unge uno stampo da 24 cm di diametro o 5 stampini individuali, si versa il composto e si livella, dopodiché si cuoce per circa 35 minuti a 180°. Quando i budini sono freddi si possono gustare direttamente o con l’aggiunta di un cucchiaio di amarene sciroppate.

Contro la censura

  • January 21, 2011 8:02 pm

L’Assessore alla cultura della Provincia di Venezia vuole bandire dalle biblioteche pubbliche i libri dei firmatari dell’appello “pro-Battisti”. L’Assessore all’Istruzione del Veneto scrive a tutte le scuole della Regione per vietare (ma naturalmente si tratta solo di “consiglio”…) la lettura di questi autori.

Per la comunità dei lettori, questo è inaccettabile. Non c’entra per nulla il caso Battisti, ma il diritto di usufruire di qualsiasi libro, senza liste di proscrizioni stilate da amministratori che ignorano i limiti e doveri costituzionali degli incarichi pubblici da loro ricoperti.

La scuole e le biblioteche sono luoghi pubblici di confronto culturale. Difendiamole contro gli attacchi di qualsiasi potere censorio.

E non dico altro perché questo paese mi fa cascare le braccia, e perché, come dice anche Alberto Prunetti, deve farmi difetto la fantasia, dato che la mia paranoia fantapolitica non mi aveva mai spinto a pensare di poter finire a protestare contro una medievale censura libraria. E poi già hanno spiegato tutto quello che c’era di spiegare quiqui, e in tutti gli altri articoli segnalati su Twitter con l’hashtag #rogodilibri

Ora bisogna solo fare di tutto per mettere i bastoni fra le ruote a questo golpe sempre meno strisciante. Partecipiamo ai gruppi su GoodreadsAnobii, mobilitiamoci in tutti i modi possibili, cerchiamo di non far passare sotto silenzio questa iniziativa fascista.

Per seguire le notizie e la campagna, tenete d’occhio l’hashtag #rogodilibri su Twitter.

Alcuni dei libri che vogliono bandire


New thingGuerra agli umaniIl sentiero degli deistella del mattinoL'eroe imperfettoFree karma foodMi fido di teVogliamo tuttoI Furiosi.L'editoreTangenziali. Due viandanti ai bordi della cittàCamminando: Incontri di un viandante
Ribelli!TinaIn ogni caso nessun rimorsoArrivederci amore, ciao. Storia di una canaglia vol. 1Arrivederci amore, ciao. Storia di una canaglia vol. 2Le Irregolari - Buenos Aires Horror TourLa terra della mia animaIl Mistero di MangiabarcheIl fuggiascoLa verita dell' AlligatoreL'amore del banditoIl corriere colombiano
NordestNiente, Piu Niente Al Mondo: Monologo per Un DelittoArrivederci amore, ciaoPerdas de foguL'oscura immensità della morteAttenti al GorillaGorilla bluesLa Cura del GorillaRoma k.o. Romanzo d'amore droga e odio di classeNoi saremo tuttoNicolas Eymerich, inquisitoreLe catene di Eymerich
Metallo urlanteIl mistero dell'inquisitore EymerichCherudekIl collare di fuocoIN THE NAME OF ISHMAELDies IraeItalia de profundisHitlerMonsieur BovaryAncora dalla parte delle bambineNon è un paese per vecchieManituana
54AltaiMilanabadScritti di viaggio, di combattimento e di sognoLa ProsivendolaLa fata carabinaIl paradiso degli orchiCostretti a sanguinare: Romanzo sul punk 1977-84 (Underground)Lumi di punk. La scena italiana raccontata dai protagonistiLa banda BelliniAsce di guerraGomorrah

Contro l’indice dei libri proibiti. #nodonazzan no #rogodilibri

Se volete incollare le copertine dei libri sul vostro blog, leggete qui come fare (oppure se siete su Noblogs vi conviene selezionare direttamente le immagini su questo blog e ricopiarle nella finestra dell’editor dei post).

Sul corpo delle donne, con perfetto tempismo

  • December 10, 2010 12:11 am

Chi si ricorda della storia di Sacco e Vanzetti? E di quella di Massimo Carlotto o di Marco Dimitri? In alcuni casi quelle imputazioni costruite ad arte sono state fatali, in altri solo permanentemente devastanti. L’effetto, in tutti i casi, è stato di mettere fuori gioco persone sgradite, con prove costruite ad arte e, dove possibile, con coperture mediatiche architettate alla perfezione.

Di montature giudiziarie e infangamenti politici il mondo è pieno, quello dei servizi segreti si suppone lo sia particolarmente. Ma poniamo anche che nel nostro caso questa regola non valga e che il personaggio scomodo del giorno, Julian Assange, assuma effettivamente comportamenti prevaricatori nei confronti delle donne. Quel che è successo è noto, ma di fatto contro di lui non esistono accuse formali: contro Assange è stato emesso un mandato di cattura internazionale per sottoporlo a un interrogatorio. Eppure in questi giorni di “accuse di stupro” nei suoi confronti parlano tutti: giornali, blog e televisioni. C’è un caso di sesso non consensuale, che il diritto svedese considera stupro, ma nonostante tutto sia ancora da verificare, e perfino da formalizzare, una parola magica come “stupro” (al pari di “pedofilia”, “satanismo” e quant’altro) non può non far gola a scribacchini vari. Nelle sale dei bottoni queste cose le sanno bene.

Steampunk di tutto il mondo… #1

  • November 10, 2010 12:21 am

È esattamente un mese che non aggiorno il blog, ma a parte alluvioni e cavallette ho avuto qualche traduzione da fare e qualche intreccio da tessere. Un testo in particolare sta indirizzando parecchio il mio immaginario e dato che è stato molto importante per ideare una storia che sto provando a scrivere, ho pensato di tradurlo, anche perché tradurre è un modo a me familiare di leggere con attenzione. È un testo molto lungo — così rimedio all’assenza 😉 — ma credo che possa essere d’ispirazione per chi pensa ad ambientazioni steampunk anomale, come può essere ad esempio il Mezzogiorno italiano. Che c’entra l’Italia del Sud con un saggio sulla letteratura postcoloniale e lo steampunk? Ho pensato che una buona risposta fosse una frase di Luigi Carlo Farini, politico italiano e primo ministro del Regno subito dopo l’annessione delle Due Sicilie: «Altro che Italia! Questa è Affrica. I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile!»

Non sto diventando neoborbonica: sto solo provando, come dice Ay-leen the Peacemaker in questo suo breve saggio, a “ricostruire il passato per creare un futuro migliore”. Data la lunghezza del testo, ho dovuto suddividerlo in due post: la seconda parte si trova qui. Qui il PDF di tutto il testo.

(Questo saggio è comparso in inglese sui blog Free the Princess e Doctor Fantastique’s Show of Wonders e sul sito dello Steampunk Magazine, e la sua traduzione italiana viene pubblicata con il permesso dell’autrice con una licenza Creative Commons non commerciale condividi allo stesso modo.)



Steampunk di tutto il mondo, unitevi!
Il multiculturalismo nello steampunk

di Ay-leen the Peacemaker

1. Il multiculturalismo: una bussola, molte direzioni

Quando si pensa ai termini “steampunk” e “multiculturale”, il primo impulso è di grattarsi la testa con perplessità. Dalla nascita dello steampunk come stile, definito inizialmente come una forma di espressione estetica ispirata all’Inghilterra vittoriana, nel mondo sono state evocate immagini di aristocratici boriosi dalla pelle chiara che portavano gli occhialoni appoggiati sul cappello a cilindro mentre se ne andavano in giro sul loro dirigibile. L’aggettivo “multiculturale” ha un suono troppo moderno, troppo variegato, troppo poco attinente a questo stile per potersi associare alla natura dello steampunk, rappresentata da canoni che si stanno rapidamente formalizzando via via che questa subcultura entra in contatto con i canali commerciali e che esempi stilistici di questo sottogenere filtrano nella cultura popolare (quando anche Lady Gaga si agghinda con occhialoni e tubi arrotolati intorno alla testa, è un segno che ormai ci stanno arrivando proprio tutti). Lo steampunk multiculturale, però, non è una delle tante varianti dello steampunk ed è piuttosto, a mio parere, intrinseco alla definizione stessa di steampunk nella sua natura di forma di sovversione espressiva creativa. Pertanto, lo steampunk medio si confronta con più aspetti dello steampunk multiculturale di quanto si potrebbe pensare, e allo stesso modo lo steampunk multiculturale è un esempio lampante di come si possa impugnare la bandiera del “punk” e decidere di agitarla per conto proprio.

Steampunk di tutto il mondo… #2

  • November 10, 2010 12:20 am

Steampunk di tutto il mondo, unitevi!
Il multiculturalismo nello steampunk

di Ay-leen the Peacemaker

Seconda parte (qui la prima – qui un PDF con il testo completo impaginato)


5. Graffi sulla lavagna: dove l’universale è personale

Anche se il principio dell’istruzione multiculturale è in circolazione da cinquant’anni, l’influenza del canone occidentale e il sostegno agli ideali dell’occidente sono ancora molto potenti. Per citare un esempio tratto dalla mia esperienza personale, non più di una generazione o di venticinque anni fa le scuole statunitensi erano impregnate di dottrine che sostenevano l’egemonia culturale dell’occidente. Questa situazione si può naturalmente ricondurre a un fattore politico: l’anno in questione era il 1985, e la guerra fredda sembrava non dovesse finire mai. La retorica sull’occidente e/o sul “secondo mondo” sovietico costretti a contrastare le zuffe per il potere che scoppiavano nel “terzo mondo” esercitava ancora un forte impatto sulla struttura globale. Ma anche quando il muro di Berlino è caduto e la configurazione politica mondiale è cambiata i libri di testo non sono stati ristampati da un giorno all’altro. Inoltre, sia a livello locale che a livello nazionale le realtà dei finanziamenti alle scuole, delle risorse disponibili e degli esami di stato contribuiscono a stabilire che cosa debbano o non debbano apprendere i ragazzi. E nei fatti quel che ai miei tempi andava o non andava insegnato mi ha lasciato lacune culturali durature a cui sto ancora cercando di porre rimedio.

Il fioraio di Perón

  • October 9, 2010 4:36 pm

Alberto Prunetti è un mio amico: l’ho conosciuto nel periodo in cui stavano uscendo due dei suoi primi libri: Potassa, storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi, e la sua traduzione di Primitivo attuale, che mi ha fatto conoscere John Zerzan. È stato subito un colpo al cuore, che ha continuato a ripetersi negli anni ogni volta che leggevo un suo scritto e che ha dato vita a diverse collaborazioni più o meno fortunate ma sempre felici, tra emigrazioni, progetti editoriali e sorrisi, quelle poche volte che ci capitava di incontrarci di persona, con una scappata veloce in questa o in quell’altra città.
Per questo non credo di poter essere del tutto obiettiva nel recensire Il fioraio di Perón, il romanzo appena pubblicato da Alberto Prunetti per i tipi di Stampa Alternativa, perché dietro ogni parola e dietro ogni frase ho trovato un comune sentire, e ho tentato di immaginare il vissuto di un mio amico a ogni svolta della vita del suo fioraio peronista.
Il romanzo, del resto, è ispirato a vicende realmente accadute, e trovare il cuore di Alberto che batte dietro ogni scelta lessicale, i suoi nervi scoperti che tendono la costruzione del periodo, sarebbe pure legittimo.
D’altronde è questo che succede nella Letteratura con la L maiuscola, quella che potresti leggere fra dieci, venti o trent’anni e scoprire che ha ancora molto da darti: i sentimenti emergono, si mettono a nudo, si infilano pulsanti sotto la pelle del lettore e gli fanno sentire, oggi come tra decenni, che sapore aveva l’Argentina all’arrivo dei migranti italiani e dopo, con Perón, con i colonnelli, o più di recente, in seguito al crollo finanziario, tra piqueteros e occupazioni delle fabbriche. Il fioraio di Perón, dice Massimo Carlotto nell’introduzione al libro, “mette in contatto il passato e il presente, evidenziando tutti i passaggi più importanti della storia argentina”, e lo fa in punta di piedi, con la solita grazia ironica di Alberto Prunetti, mettendo il lettore a suo agio nella storia e aspettando che abbassi le difese una dopo l’altra per squarciargli il petto con la gelida durezza della realtà.
Un libro amato, curato nel dettaglio, delicato e crudele che non narra solo le vicende particolari di un uomo e degli altri esseri umani che gli girano attorno o quelle più generali dell’Argentina dagli anni venti agli anni duemila, ma penetra nella sensibilità umana e la osserva barcamenarsi per sopravvivere ai rivolgimenti della storia e ai soprusi dei potenti e dei malvagi. Un libro da leggere, con la stessa passione con cui è stato scritto.