grande quaderno

grande quaderno

Coproduci Ruggine 3!

  • May 13, 2011 8:27 pm

Ruggine n. 3 è in stampa. A dire il vero, una prima tiratura minima è già uscita, per un’anteprima questo weekend a Firenze in occasione di Do It Your Trash 3.0, il festival sull’uso e il riuso dei rifiuti che si tiene da tre anni al nEXt Emerson e che è un’esperienza carica di contenuti e di emozioni, tanto che quest’anno rosico per non poterci andare.

Le copie inizieranno a girare per il mondo tra coproduttori e punti di distribuzione, ma intanto tutti possono prenotare una o più copie (e sono invitati caldamente a farlo per contribuire a finanziare il progetto) su Produzioni dal Basso o tramite un abbonamento.

Un altro sistema per sostenere il progetto Collane di Ruggine è Flattr, un servizio di micropagamento che permette di versare somme minime ai progetti che più ci piacciono. Per farlo, bisogna creare un account su Flattr.com e seguire le istruzioni, dopodiché, quando l’account è attivo basta visitare questa pagina e cliccare sul pulsante flattr. A proposito di Flattr, anche per questo blog ho creato un pulsante: consideratelo un esperimento, un gioco per vedere l’effetto che fa (oltre che, naturalmente, uno strumento che permette a me di finanziare altri progetti).

Per sapere di più su Ruggine e su come sostenere il progetto, visitate il blog di Collane di Ruggine.

Cronache della primavera: orto pigrissimo

  • March 25, 2011 3:51 pm

In realtà in questi giorni mi sento molto urbana, e starei molto più volentieri svaccata a bermi una birra al Forte Prenestino che in questa terra di nebbia, zanzare e militari, però il sole chiama e mi godo l’orto, fra crochi, primule e violette che spuntano dai vasi pieni di compost.

Questo è l’ultimo anno che coltivo questo pezzetto di terra: l’inverno prossimo si cambia casa e iniziano nuovi progetti, quindi un po’ per avere il tempo di seguire i piani futuri, un po’ per non lasciare un terreno pieno di paglia a chi verrà dopo di me (ed è molto probabile che lo voglia trasformare in un giardino di rappresentanza con un innaturale prato ordinato e ben rasato), ho deciso di usare una tecnica un po’ più artificiale del solito per pacciamare il mio orto. Si tratta del telo in Mater-Bi, un materiale plastico compostabile di origine vegetale dotato di microfori per far traspirare il terreno e permettere il passaggio dell’acqua piovana. In questo modo si controllano bene le erbacce e si riduce la necessità di irrigare il terreno, ma naturalmente, come dice ortodicarta, non ha lo stesso effetto di una pacciamatura vegetale e vivente (e poi è anche un po’ caro).

Però, appunto, è comodo, e dopo aver ripulito per bene il terreno dalle piante infestanti oggi l’ho steso sulle aiuole del mio orticello e ho trapiantato le zucchine, continuando invece a mettere l’insalata nei vasi per proteggerla dalle lumache.

Anna. Una storia di comune precarietà

  • March 18, 2011 11:15 pm

In questi tempi bui di angosce atomiche e missioni umanitarie, di molto rischio e troppa precarietà per mantenere veramente la calma, mi consolo scrivendo, fermando i pensieri impazziti sulla carta. Ecco quindi una storia che ho buttato giù dopo aver letto un altro racconto che mi ha riportato indietro a vecchie situazioni. Così da stasera ho qualche sassolino in meno nella scarpa. L’immagine del post l’ho scaricata da qui (c’è sia in spagnolo che in inglese: clicca su “Descargas” per trovarla).


 

Anna. una storia di comune precarietà

«Ah, vuoi aspettare, eh? Vediamo se è vero». Ghigno beffardo, le dita scivolano, il vestito troppo sottile.
Anna guarda il recinto del campetto di calcio deserto, il cielo troppo azzurro, passivo, impassibile. Dietro di lei la porta del ristorante è lontana, nascosta dietro un muro di cemento scrostato. Solo un uccello cammina sul filo della luce sopra la sua testa. Anna lo segue con lo sguardo, ma non ha la forza di scappare. E nemmeno di resistere. Alla fine se l’è voluta. Non c’è bisogno che glielo dicano gli altri. Se lo dice da sola.

Al Tufello, si è fatta portare, praticamente in campagna. Campi incolti, palazzi troppo lontani, Anna neanche lo sa, dove sta il Tufello. Quando è arrivata a Roma pensava di aver preso in mano il suo destino, le pareva di stare in un film. A New York con le torri gemelle, a Cinecittà con Alberto Sordi, al tavolo di un’osteria, assieme a Pasolini e a Laura Betti. Il centro del centro. La sua vita a quel punto doveva cambiare, per forza.
Quando era piccola i toni del nonno che parlavano dei parenti lontani glielo avevano fatto capire subito: se vai a vivere a Roma hai svoltato. Certo, anche quelli che stavano a Padova erano da invidiare. A Milano e a Torino no: lassù ci andavano solo i poveracci, a sgobbare nella nebbia con la schiena curva e gli insulti dei settentrionali, ma comunque bastava andarsene via dal paese e dal Sud per sistemarsi. Una certezza. Quando Anna era bambina.
In ogni caso, la certezza più grande era Roma: se arrivavi nella capitale voleva dire che eri qualcuno, per sempre. E allora potevi anche aiutare la famiglia, che ti mandava le mozzarelle e il vino buono una volta al mese dalla campagna.

Così alla fine a Roma Anna ci è andata, e si è sentita tutt’altro che svoltare. È da un anno che ci vive, e conosce solo la Linea B. Ci ha viaggiato solo in un senso: Rebibbia-Piramide, Piramide-Rebibbia. Poi il trenino per Ostia e nient’altro.
I primi giorni prendeva gli autobus apposta, per vedere il panorama, e ogni tanto si faceva pure due fermate a piedi, per guardare da vicino il Colosseo, i Fori Imperiali, piazza Venezia, correndo al lavoro.
Ma durava poco: il giorno dopo ricominciava il trantran, Anna scendeva le scale della metropolitana di corsa e si rituffava nel suo incubo quotidiano. Circondata da una calca di persone, si sentiva come nel deserto. Sfiorava giacche, braccia, zaini, borse della spesa, inciampava in cani e bambini, veniva trascinata dalla folla, controllava che nessuno le mettesse le mani addosso o in tasca, corpi su corpi su corpi. Ma le sembrava che nessuno potesse toccarla. Gettarla a terra sì, calpestarla, ma le mani, gli occhi, non esistevano, rifuggivano il contatto.

Cronache dell’inverno: budino di tofu e mela

  • March 3, 2011 4:04 pm

Sono stata latitante per un pezzo, ma non con le mani in mano. Il fatto è che molte delle cose che sto facendo non le posso ancora annunciare perché richiedono tempo e non sono finite, e anche molti dei miei lambiccamenti mentali non sono ancora arrivati a conclusioni stabili.

Uno di questi lambiccamenti ha a che fare con l’alimentazione vegan: assodato che lo sfruttamento industrializzato degli animali mi fa orrore e che la morte in sé invece non mi inorridisce affatto, mi rendo conto che non mangiare carne e continuare a consumare derivati animali è un tantino incoerente. Per questo, quantomeno, negli ultimi mesi ho ridotto sostanzialmente l’uso di uova, latte e latticini nella mia cucina e ho deciso di cimentarmi con diverse ricette vegan per vedere intanto che cosa riuscivo a fare.

I risultati sono stati migliori di quanto mi aspettassi, e anche per i dolci ho avuto modo di stupirmi. E avendo un bel po’ di mele bio da smaltire, ho continuato a sperimentare fino a trovare la ricetta del budino di tofu e mela: deliziosa, eccola qui.

Ingredienti: 700 g di mele – 3 cucchiai di zucchero di canna grezzo – un limone bio – 400 g tofu – facoltativo: amarene sciroppate per guarnire

Si sbucciano le mele, si affettano e si cuociono a fuoco basso con un filo d’acqua finché non sono asciutte e molto morbide. Si unisce lo zucchero e si mescola bene, quindi si lascia intiepidire. Si grattugia la scorza del limone e si frulla con il succo del limone e con il tofu sbriciolato, poi si unisce il puré di mele e si mescola con cura.

Si unge uno stampo da 24 cm di diametro o 5 stampini individuali, si versa il composto e si livella, dopodiché si cuoce per circa 35 minuti a 180°. Quando i budini sono freddi si possono gustare direttamente o con l’aggiunta di un cucchiaio di amarene sciroppate.

Il fioraio di Perón

  • October 9, 2010 4:36 pm

Alberto Prunetti è un mio amico: l’ho conosciuto nel periodo in cui stavano uscendo due dei suoi primi libri: Potassa, storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi, e la sua traduzione di Primitivo attuale, che mi ha fatto conoscere John Zerzan. È stato subito un colpo al cuore, che ha continuato a ripetersi negli anni ogni volta che leggevo un suo scritto e che ha dato vita a diverse collaborazioni più o meno fortunate ma sempre felici, tra emigrazioni, progetti editoriali e sorrisi, quelle poche volte che ci capitava di incontrarci di persona, con una scappata veloce in questa o in quell’altra città.
Per questo non credo di poter essere del tutto obiettiva nel recensire Il fioraio di Perón, il romanzo appena pubblicato da Alberto Prunetti per i tipi di Stampa Alternativa, perché dietro ogni parola e dietro ogni frase ho trovato un comune sentire, e ho tentato di immaginare il vissuto di un mio amico a ogni svolta della vita del suo fioraio peronista.
Il romanzo, del resto, è ispirato a vicende realmente accadute, e trovare il cuore di Alberto che batte dietro ogni scelta lessicale, i suoi nervi scoperti che tendono la costruzione del periodo, sarebbe pure legittimo.
D’altronde è questo che succede nella Letteratura con la L maiuscola, quella che potresti leggere fra dieci, venti o trent’anni e scoprire che ha ancora molto da darti: i sentimenti emergono, si mettono a nudo, si infilano pulsanti sotto la pelle del lettore e gli fanno sentire, oggi come tra decenni, che sapore aveva l’Argentina all’arrivo dei migranti italiani e dopo, con Perón, con i colonnelli, o più di recente, in seguito al crollo finanziario, tra piqueteros e occupazioni delle fabbriche. Il fioraio di Perón, dice Massimo Carlotto nell’introduzione al libro, “mette in contatto il passato e il presente, evidenziando tutti i passaggi più importanti della storia argentina”, e lo fa in punta di piedi, con la solita grazia ironica di Alberto Prunetti, mettendo il lettore a suo agio nella storia e aspettando che abbassi le difese una dopo l’altra per squarciargli il petto con la gelida durezza della realtà.
Un libro amato, curato nel dettaglio, delicato e crudele che non narra solo le vicende particolari di un uomo e degli altri esseri umani che gli girano attorno o quelle più generali dell’Argentina dagli anni venti agli anni duemila, ma penetra nella sensibilità umana e la osserva barcamenarsi per sopravvivere ai rivolgimenti della storia e ai soprusi dei potenti e dei malvagi. Un libro da leggere, con la stessa passione con cui è stato scritto.

John Zerzan in Italia

  • September 21, 2010 4:42 pm

John Zerzan è uno dei principali teorici dell’anarco-primitivismo, una linea di pensiero che rifiuta radicalmente non solo la società industriale ma la civiltà in sé, con l’addomesticazione della natura e il dominio che questa comporta. Molte sono le critiche a questa posizione, e la bibliografia primitivista è ampia quanto sono numerose le voci che liquidano queste tesi in maniera spiccia. Quel che a me pare particolarmente interessante è la critica alla civiltà a cui il primitivismo ha praticamente dato inizio. Per citare un pamphlet di Margaret Killjoy in cui si risponde ad alcuni detrattori del primitivismo,

L’anarchia sostiene una società egualitaria e senza classi priva di autorità coercitive e dunque si oppone, da sempre, a certi tratti prioritari che contraddistinguono la civiltà. Difendere la civiltà sarebbe assurdo come difendere lo stato.

Sempre per citare il testo di Margaret, condivido il fatto che “una società anarchica dovrebbe tornare alle bande di cacciatori-raccoglitori oppure — e personalmente considero questa opzione di gran lunga più probabile e auspicabile — dovrebbe sviluppare qualcosa di assolutamente nuovo. A me piacerebbe chiamarlo post-civiltà, ma non penso che sia necessario dargli questo nome”.

Queste cose le ho capite con il tempo, ma leggere John Zerzan per me è stato fulminante fin da subito: capire che la civiltà in cui viviamo non è il migliore dei mondi possibili e non è neanche l’unico possibile può essere molto utile per collegare i puntini e capire cos’è che ti fa sentire sempre un po’ prigionier*. Per chi ha voglia di approfondire un po’ il suo pensiero, qui c’è un libretto con una lunga intervista a Zerzan che ho curato assieme ad Alberto Prunetti qualche anno fa in occasione di un altro tour di John Zerzan in Italia e qui c’è un altro suo saggio tradotto da TransNEXT. E poi vale la pena di guardare Surplus, un documentario di Erik Gandini con vari interventi di Zerzan e, naturalmente, andarlo ad ascoltare di persona in una delle varie tappe del suo tour di presentazioni, che toccherà varie città d’Italia tra il 25 settembre e il 2 ottobre.

Ancora pere: vermi, marmellata e freeganesimo

  • August 27, 2010 12:49 am

In Gran Bretagna esiste un’iniziativa che si chiama Abundance, “abbondanza”, e che promuove la raccolta urbana di frutta che altrimenti resterebbe a marcire, vuoi perché gli alberi crescono anche spontaneamente negli angoli della città dove si è generata quella dose di entropia che serviva a permettere la loro nascita, vuoi perché a volte qualcuno li pianta ma poi non ha tempo di stargli dietro o semplicemente non sa cosa fare con tutta la frutta della stagione.

Da questa idea è nato anche anche un libro di istruzioni per autogestirsi la raccolta urbana, e da quando l’ho letto sogno spesso di andare in giro per la città a trovare alberi carichi di frutta da raccogliere e con cui fare la marmellata. Sarà che questa idea mi sembra tanto scontata quanto dirompente, ma sono particolarmente attratta dai progetti che sostengono la gratuità del cibo e approfittano delle falle dell’industria alimentare per mettere a disposizione pasti gratuiti secondo princìpi freegan, come Food Not Bombs per esempio.

Il problema principale, immagino, non è tanto trovare gli alberi, quanto trovare piante sane e non infestate, come ho dovuto capire nel corso degli anni con il pero che cresce nel mio giardino. Il primo anno non ne capivo granché, quindi ho raccattato i frutti da terra e ho salvato il salvabile ottenendo una marmellata molto granulosa perché avevo usato frutti troppo acerbi senza conoscerli bene. Gli anni seguenti l’albero si è riposato e ho raccolto sì e no una decina di pere. Quest’anno, invece, la frutta non fa che crescere, e cadere, e maturare, ma è tutta bacata e la prossima primavera dovrò decidermi a trovare una soluzione per scoraggiare la “carpocapsa“, il verme delle mele, a infestare tutto quanto.

Dato che si salva un frutto su venti, l’unico modo di usare le pere è fare la marmellata via via che maturano, recuperando quel cinquanta per cento di polpa che sopravvive all’attacco, e oggi ho cercato di trovare un modo di prepararne una meno granulosa e con una consistenza più omogenea e gradevole.

erbazzone vegano

  • August 8, 2010 11:12 pm

È più di un mese che non aggiorno il blog, ma nonostante la lentezza estiva intorno a me continuano a succedere cose, e soprattutto l’orto va pigramente avanti, con melanzane, peperoni e quattro ostinate piante di pomodoro che hanno deciso di crescere spontaneamente dal compost. Ma soprattutto quest’anno, nonostante le lumache abbiano fatto piazza pulita di zucche e zucchine, a farla da padrone sono le bietole e le biete coste, quasi una piantagione, ma difficilmente conservabile. Per fortuna a me le biete piacciono un sacco anche solo lesse, ma dato che tra dieci giorni con magpie e la frequentazione di Vicenzantispecista questi ultimi mesi sono stati una costante riflessione sul veganesimo, ecco l’erbazzone che ho già sperimentato a un paio di cene vegane in Corte:

Margaret Killjoy in tour!

  • June 12, 2010 5:52 pm

Ho conosciuto Margaret due anni fa, quando mi apprestavo a tradurre la sua Guida steampunk all’apocalisse, e da allora non ho mai smesso di leggere con entusiasmo lo Steampunk Magazine,  all’epoca curato anche da magpie, come si fa spesso chiamare. Ne sono nati la traduzione italiana della Guida e di alcuni racconti usciti sulla rivista, tutti pubblicati su Ruggine. Senza le suggestioni del movimento che ruota attorno allo Steampunk Magazine, forse questi ultimi due anni sarebbero stati meno magici, per me come per altr*.

Il Babau a Brutti Caratteri 6

  • May 21, 2010 1:33 pm

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451

Brutti Caratteri, la fiera dell’editoria indipendente promossa dalla Biblioteca G. Domaschi, da La Chimica, dal Circolo Pink e dall’associazione Esposta di Verona e giunta ormai alla sesta edizione, è esposizione e presentazione di volumi, dibattiti e workshop, mostre e proiezioni, teatro e concerti. Uno spazio di confronto e di crescita reciproca al di fuori dei percorsi angusti del populismo identitario, che vede in ogni cultura altra un pericolo per la propria sicurezza.