parole nella mente

parole nella mente

Steampunk di tutto il mondo… #1

  • November 10, 2010 12:21 am

È esattamente un mese che non aggiorno il blog, ma a parte alluvioni e cavallette ho avuto qualche traduzione da fare e qualche intreccio da tessere. Un testo in particolare sta indirizzando parecchio il mio immaginario e dato che è stato molto importante per ideare una storia che sto provando a scrivere, ho pensato di tradurlo, anche perché tradurre è un modo a me familiare di leggere con attenzione. È un testo molto lungo — così rimedio all’assenza 😉 — ma credo che possa essere d’ispirazione per chi pensa ad ambientazioni steampunk anomale, come può essere ad esempio il Mezzogiorno italiano. Che c’entra l’Italia del Sud con un saggio sulla letteratura postcoloniale e lo steampunk? Ho pensato che una buona risposta fosse una frase di Luigi Carlo Farini, politico italiano e primo ministro del Regno subito dopo l’annessione delle Due Sicilie: «Altro che Italia! Questa è Affrica. I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile!»

Non sto diventando neoborbonica: sto solo provando, come dice Ay-leen the Peacemaker in questo suo breve saggio, a “ricostruire il passato per creare un futuro migliore”. Data la lunghezza del testo, ho dovuto suddividerlo in due post: la seconda parte si trova qui. Qui il PDF di tutto il testo.

(Questo saggio è comparso in inglese sui blog Free the Princess e Doctor Fantastique’s Show of Wonders e sul sito dello Steampunk Magazine, e la sua traduzione italiana viene pubblicata con il permesso dell’autrice con una licenza Creative Commons non commerciale condividi allo stesso modo.)



Steampunk di tutto il mondo, unitevi!
Il multiculturalismo nello steampunk

di Ay-leen the Peacemaker

1. Il multiculturalismo: una bussola, molte direzioni

Quando si pensa ai termini “steampunk” e “multiculturale”, il primo impulso è di grattarsi la testa con perplessità. Dalla nascita dello steampunk come stile, definito inizialmente come una forma di espressione estetica ispirata all’Inghilterra vittoriana, nel mondo sono state evocate immagini di aristocratici boriosi dalla pelle chiara che portavano gli occhialoni appoggiati sul cappello a cilindro mentre se ne andavano in giro sul loro dirigibile. L’aggettivo “multiculturale” ha un suono troppo moderno, troppo variegato, troppo poco attinente a questo stile per potersi associare alla natura dello steampunk, rappresentata da canoni che si stanno rapidamente formalizzando via via che questa subcultura entra in contatto con i canali commerciali e che esempi stilistici di questo sottogenere filtrano nella cultura popolare (quando anche Lady Gaga si agghinda con occhialoni e tubi arrotolati intorno alla testa, è un segno che ormai ci stanno arrivando proprio tutti). Lo steampunk multiculturale, però, non è una delle tante varianti dello steampunk ed è piuttosto, a mio parere, intrinseco alla definizione stessa di steampunk nella sua natura di forma di sovversione espressiva creativa. Pertanto, lo steampunk medio si confronta con più aspetti dello steampunk multiculturale di quanto si potrebbe pensare, e allo stesso modo lo steampunk multiculturale è un esempio lampante di come si possa impugnare la bandiera del “punk” e decidere di agitarla per conto proprio.

Steampunk di tutto il mondo… #2

  • November 10, 2010 12:20 am

Steampunk di tutto il mondo, unitevi!
Il multiculturalismo nello steampunk

di Ay-leen the Peacemaker

Seconda parte (qui la prima – qui un PDF con il testo completo impaginato)


5. Graffi sulla lavagna: dove l’universale è personale

Anche se il principio dell’istruzione multiculturale è in circolazione da cinquant’anni, l’influenza del canone occidentale e il sostegno agli ideali dell’occidente sono ancora molto potenti. Per citare un esempio tratto dalla mia esperienza personale, non più di una generazione o di venticinque anni fa le scuole statunitensi erano impregnate di dottrine che sostenevano l’egemonia culturale dell’occidente. Questa situazione si può naturalmente ricondurre a un fattore politico: l’anno in questione era il 1985, e la guerra fredda sembrava non dovesse finire mai. La retorica sull’occidente e/o sul “secondo mondo” sovietico costretti a contrastare le zuffe per il potere che scoppiavano nel “terzo mondo” esercitava ancora un forte impatto sulla struttura globale. Ma anche quando il muro di Berlino è caduto e la configurazione politica mondiale è cambiata i libri di testo non sono stati ristampati da un giorno all’altro. Inoltre, sia a livello locale che a livello nazionale le realtà dei finanziamenti alle scuole, delle risorse disponibili e degli esami di stato contribuiscono a stabilire che cosa debbano o non debbano apprendere i ragazzi. E nei fatti quel che ai miei tempi andava o non andava insegnato mi ha lasciato lacune culturali durature a cui sto ancora cercando di porre rimedio.

Il fioraio di Perón

  • October 9, 2010 4:36 pm

Alberto Prunetti è un mio amico: l’ho conosciuto nel periodo in cui stavano uscendo due dei suoi primi libri: Potassa, storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi, e la sua traduzione di Primitivo attuale, che mi ha fatto conoscere John Zerzan. È stato subito un colpo al cuore, che ha continuato a ripetersi negli anni ogni volta che leggevo un suo scritto e che ha dato vita a diverse collaborazioni più o meno fortunate ma sempre felici, tra emigrazioni, progetti editoriali e sorrisi, quelle poche volte che ci capitava di incontrarci di persona, con una scappata veloce in questa o in quell’altra città.
Per questo non credo di poter essere del tutto obiettiva nel recensire Il fioraio di Perón, il romanzo appena pubblicato da Alberto Prunetti per i tipi di Stampa Alternativa, perché dietro ogni parola e dietro ogni frase ho trovato un comune sentire, e ho tentato di immaginare il vissuto di un mio amico a ogni svolta della vita del suo fioraio peronista.
Il romanzo, del resto, è ispirato a vicende realmente accadute, e trovare il cuore di Alberto che batte dietro ogni scelta lessicale, i suoi nervi scoperti che tendono la costruzione del periodo, sarebbe pure legittimo.
D’altronde è questo che succede nella Letteratura con la L maiuscola, quella che potresti leggere fra dieci, venti o trent’anni e scoprire che ha ancora molto da darti: i sentimenti emergono, si mettono a nudo, si infilano pulsanti sotto la pelle del lettore e gli fanno sentire, oggi come tra decenni, che sapore aveva l’Argentina all’arrivo dei migranti italiani e dopo, con Perón, con i colonnelli, o più di recente, in seguito al crollo finanziario, tra piqueteros e occupazioni delle fabbriche. Il fioraio di Perón, dice Massimo Carlotto nell’introduzione al libro, “mette in contatto il passato e il presente, evidenziando tutti i passaggi più importanti della storia argentina”, e lo fa in punta di piedi, con la solita grazia ironica di Alberto Prunetti, mettendo il lettore a suo agio nella storia e aspettando che abbassi le difese una dopo l’altra per squarciargli il petto con la gelida durezza della realtà.
Un libro amato, curato nel dettaglio, delicato e crudele che non narra solo le vicende particolari di un uomo e degli altri esseri umani che gli girano attorno o quelle più generali dell’Argentina dagli anni venti agli anni duemila, ma penetra nella sensibilità umana e la osserva barcamenarsi per sopravvivere ai rivolgimenti della storia e ai soprusi dei potenti e dei malvagi. Un libro da leggere, con la stessa passione con cui è stato scritto.

Guida steampunk all’apocalisse: la recensione di om

  • October 7, 2010 8:07 pm

Ripubblico qui la recensione più completa e approfondita che sia stata scritta in italiano sulla Guida steampunk all’apocalisse, un articolo di Olmo Cerri pubblicato su Voce Libertaria No.14 (novembre 2010). Grazie, Olmo!

Prospettive libertarie in caso di fine del mondo
Nel caso le cose dovessero girare per il verso giusto, entro dieci anni potremmo vivere tutti in comunità libertarie autogestite, organizzate in federazioni con una fitta rete di scambi culturali in cui praticare i nostri interessi, come utopizzato da PM in Bolo Bolo. Ma le cose potrebbero andare male, e Stefano, punk-visionario ticinese, ce lo ricorda con le sue frasi vergate con il pennarellone indelebile sui muri di Lugano: la catastrofe finale potrebbe essere alle porte. Non si tratta di “fine del mondo”, il mondo continuerà a girare attorno al sole almeno fino a quando quest’ultimo non si espanderà inghiottendo il globo terrestre. Ben più probabile e prossima è la fine della civiltà che conosciamo, mille potrebbero essere i motivi: dalla fine del petrolio che se non adeguatamente sostituito farà crollare l’organizzazione industriale così come la conosciamo oggi, alla nascita di un superbatterio che provocherà morti e pestilenze. Non dimentichiamoci il sempre in voga olocausto nucleare e la possibilità che dal sottosuolo del CERN venga creato un buco nero, il riscaldamento globale incontrollato, l’acidificazione degli oceani, le nano-tecnologie, le meteoriti giganti, la fine del calendario maya o anche soltanto il mantenimento lo status quo consumistico. L’apocalisse è alle porte. Meglio arrivarci preparati!

Guida steampunk all’apocalisse
Se apocalisse sarà, o meglio, quando apocalisse sarà, sopravviveranno soltanto i più adattabili. I punk con la loro attitudine “no future” saranno forse i più psicologicamente pronti alla catastrofe, l’etica hackers sarà fondamentale per poter riadattare, piegando alle proprie necessità, gli apparati tecnologici rimasti convertendoli, vista la scarsità di energia elettrica, alla forza del vapore. Tecnologia più semplice che necessita soltanto di acqua, fuoco ed ingegno per poter funzionare. Lo squatting sarà la norma, e chi avrà avuto esperienze di autogestione e avrà sperimentato le dinamiche di vita collettiva, sarà probabilmente avvantaggiato. La lotta per le risorse renderà le periferie urbane simili ai bassifondii londinesi della fine dell’ottocento, luoghi senza diritti, in cui solo i “ribelli a vapore del punk” che decideranno di intraprendere la strada della decrescita creativa, forse, si salveranno. Ma non sarà facile per nessuno!

John Zerzan in Italia

  • September 21, 2010 4:42 pm

John Zerzan è uno dei principali teorici dell’anarco-primitivismo, una linea di pensiero che rifiuta radicalmente non solo la società industriale ma la civiltà in sé, con l’addomesticazione della natura e il dominio che questa comporta. Molte sono le critiche a questa posizione, e la bibliografia primitivista è ampia quanto sono numerose le voci che liquidano queste tesi in maniera spiccia. Quel che a me pare particolarmente interessante è la critica alla civiltà a cui il primitivismo ha praticamente dato inizio. Per citare un pamphlet di Margaret Killjoy in cui si risponde ad alcuni detrattori del primitivismo,

L’anarchia sostiene una società egualitaria e senza classi priva di autorità coercitive e dunque si oppone, da sempre, a certi tratti prioritari che contraddistinguono la civiltà. Difendere la civiltà sarebbe assurdo come difendere lo stato.

Sempre per citare il testo di Margaret, condivido il fatto che “una società anarchica dovrebbe tornare alle bande di cacciatori-raccoglitori oppure — e personalmente considero questa opzione di gran lunga più probabile e auspicabile — dovrebbe sviluppare qualcosa di assolutamente nuovo. A me piacerebbe chiamarlo post-civiltà, ma non penso che sia necessario dargli questo nome”.

Queste cose le ho capite con il tempo, ma leggere John Zerzan per me è stato fulminante fin da subito: capire che la civiltà in cui viviamo non è il migliore dei mondi possibili e non è neanche l’unico possibile può essere molto utile per collegare i puntini e capire cos’è che ti fa sentire sempre un po’ prigionier*. Per chi ha voglia di approfondire un po’ il suo pensiero, qui c’è un libretto con una lunga intervista a Zerzan che ho curato assieme ad Alberto Prunetti qualche anno fa in occasione di un altro tour di John Zerzan in Italia e qui c’è un altro suo saggio tradotto da TransNEXT. E poi vale la pena di guardare Surplus, un documentario di Erik Gandini con vari interventi di Zerzan e, naturalmente, andarlo ad ascoltare di persona in una delle varie tappe del suo tour di presentazioni, che toccherà varie città d’Italia tra il 25 settembre e il 2 ottobre.

Margaret Killjoy in tour!

  • June 12, 2010 5:52 pm

Ho conosciuto Margaret due anni fa, quando mi apprestavo a tradurre la sua Guida steampunk all’apocalisse, e da allora non ho mai smesso di leggere con entusiasmo lo Steampunk Magazine,  all’epoca curato anche da magpie, come si fa spesso chiamare. Ne sono nati la traduzione italiana della Guida e di alcuni racconti usciti sulla rivista, tutti pubblicati su Ruggine. Senza le suggestioni del movimento che ruota attorno allo Steampunk Magazine, forse questi ultimi due anni sarebbero stati meno magici, per me come per altr*.

Il Babau a Brutti Caratteri 6

  • May 21, 2010 1:33 pm

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.
Ray Bradbury, Fahrenheit 451

Brutti Caratteri, la fiera dell’editoria indipendente promossa dalla Biblioteca G. Domaschi, da La Chimica, dal Circolo Pink e dall’associazione Esposta di Verona e giunta ormai alla sesta edizione, è esposizione e presentazione di volumi, dibattiti e workshop, mostre e proiezioni, teatro e concerti. Uno spazio di confronto e di crescita reciproca al di fuori dei percorsi angusti del populismo identitario, che vede in ogni cultura altra un pericolo per la propria sicurezza.

Ruggine n. 2 è uscito!

  • May 17, 2010 1:00 am

Dopo una lunga gestazione, il numero 2 di Ruggine è finalmente in distribuzione! Leggi il PDF (qui il file più pesante in qualità da stampa), cercalo nei nostri punti di distribuzione oppure ordinane almeno 5 copie scrivendo all’indirizzo collanediruggine @ inventati . org

Ricette cortigiane: come fare la pizza di scarola

  • May 9, 2010 2:56 pm

Della pizza di scarola ho già parlato qui, ma in vista della presentazione in Corte de La controrivoluzione preventiva di Luigi Fabbri, un libro del ’22 sulla nascita del fascismo ripubblicato di recente dal Nodo sociale antifascista di Bologna, ieri abbiamo organizzato un laboratorio di cucina per la cena vegetariana di stasera e stellassa ha filmato tutto e ha montato un video che fa vedere tutto passo per passo. E questo non è che un primo assaggio!

Carciofini sott’olio a ritmo di Balkan Rock

  • April 18, 2010 5:30 pm

Cosa c’entra il rock balcanico con i carciofini? Tutto, se a fare da colonna sonora al lungo lavoro di pulizia dei fiori sono i racconti di Radmila sulla new wave jugoslava degli anni ottanta, l’interregno fra la morte di Tito e l’ascesa del nazionalismo e del turbofolk in cui le città jugoslave furono animate da un’ondata underground che ha anticipato la scena internazionale del garage punk anni novanta.

Mentre li preparavamo, Radmila ha scattato alcune fotografie, ed ecco la ricetta illustrata dei carciofini sott’olio.